Enuresi - Studio PNC

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Enuresi
Che cos’è?
Si parla di enuresi quando un bambino/a rilascia ripetutamente le proprie urine(pipì) durante le ore
diurne o nel sonno nel letto o nei vestiti.

Quando si può parlare di enuresi?
Il bambino, tipicamente, inizia ad acquistare un controllo sulla minzione intorno ai 3-4 anni. Dai 5
anni in poi, il controllo diventa totale sia il giorno che la notte. In clinica ci si riferisce ad un
disturbo di enuresi (frequentemente notturna) quando, pur essendo sano, si fa la pipì addosso in
maniera involontaria, completa ed incontrollata, durante il sonno, ad un’età in cui il controllo
vescicale dovrebbe già essere raggiunto.
L’enuresi può manifestarsi in maniera continua, se si presenta ogni notte, o saltuaria se ci sono
episodi di risveglio asciutti.
Per fare diagnosi di enuresi, la perdita di urine deve avvenire per un periodo di almeno tre mesi con
una frequenza di almeno due volte a settimana. A ciò si associa una compromissione del normale
funzionamento del bambino nelle aree dell’interazione con i coetanei, nella vita scolastica e con il
mondo esterno in genere.

Come nasce e quali sono le cause del disturbo di enuresi?
Oltre alle cause fisiche, l’enuresi può avere cause psicologiche. Nel caso di eventi traumatizzanti
nel corso dello sviluppo, l’enuresi secondaria può essere vista come manifestazione fisica di una
condizione di stress psicofisico. In alcune situazioni il trattenimento dell’urina è direttamente
collegato alla presenza di un’ansia sociale e quindi alla forte paura di vivere situazioni di imbarazzo
nell’uso del bagno in situazioni comuni.
Altra correlazione è quella legata ad un forte coinvolgimento in determinate attività,
coinvolgimento tale che porta il bambino a posticipare innaturalmente il momento di urinare.
Il disturbo determina però disagi e conseguenze a livello psicologico in quanto limiterà il bambino
ad esporsi alle situazioni sociali e tenderà a ritirarsi e isolarsi. In genere si riscontra un forte senso di
vergogna e il rifiuto a partecipare ad attività che comportano l’uscita dall’ambiente familiare e il
pernotto fuori casa.

Come è possibile trattarla?
Il disturbo mostra nella maggior parte dei casi una tendenza spontanea alla remissione. Nel caso in
cui ciò non avvenga si ricorre alla psicoterapia solitamente intorno ai sei-sette anni, dopo
un’accurata analisi che esclude eventuali cause organiche.
Il trattamento cognitivo-comportamentale rappresenta la psicoterapia che ad oggi ha mostrato
maggiore efficacia. Il trattamento cognitivo-comportamentale prevede sessioni di lavoro sia con il
bambino, sia con i genitori e previene la cronicizzazione del disturbo. Il trattamento è
accompagnato anche da una fase psicoeducativa per i genitori e per il bambino e da un lavoro a
livello cognitivo, finalizzato a sostenere i genitori nel ristabilire l’equilibrio familiare e nell’adottare
con il bambino il giusto stile educativo, ad aiutare il bambino ad esplorare le proprie risorse, ad
accettare i cambiamenti in maniera più funzionale, a riacquistare la fiducia in sé stesso per
reinserirsi in maniera adeguata nell’ambiente.
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